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Dott. Andrea Duranti
Roma, Italy
Filosofo, Counselor della Gestalt, secondo il modello integrato, rogersiano, gestaltico e analitico transazionale. Counselor filosofico. Esperto di comunicazione interpersonale e sviluppo delle relazioni umane. Iscritto al CNCP (Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti)-numero iscrizione 2790 - e all'Upaspic. Iscritto al terzo anno della laurea triennale in Psicologia clinica. Agevolo gruppi sull'autostima, l'assertività, la coppia e la comunicazione efficace. Uno dei miei interessi di studio è l'uso della metafora e del linguaggio analogico nel counseling. Esercito la libera professione come counselor. Ricevo per colloqui individuali e di gruppo a Roma. Sono operatore del C.I.A.O. (Centro internazionale di orientamento e di ascolto) presso l'A.E.Me.F. di Roma e del C.A.O. (Centro di Ascolto e di Orientamento) dell'Aspic di Roma.
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martedì 7 luglio 2009

Il Cambiamento di sè.



"Solo se mi accetto come sono, posso cambiare" Carl Rogers.

Dopo la Consapevolezza di Sè, il passo successivo è il Cambiamento.
Il Cambiamento praticabile nel proprio percorso di crescita e sviluppo personale è quello che parte da noi stessi. Gli altri cambieranno, probabilmente, in relazione e in risposta ai cambiamenti che percepiscono in noi. Quindi la regola numero uno è non pretendere che l'altro/a (partner, amico/a) cambi per noi.
Secondo lo psicologo Michael Mahoney, esistono delle regole e principi fondamentali, il mancato rispetto dei quali fa sì che qualsiasi strategia di cambiamento sia destinata a fallire. Vediamo quali sono:

1. Abbiate il coraggio di amarvi in un mondo che non vi garantisce nulla.
2. Fate attenzione a ciò che sentite: se non vi piace è segno che non state ottenendo ciò di cui avete bisogno.
3. Nessuno meglio di voi possiede le risposte ai vostri problemi di vita.
4. Prima di azzardare un cambiamento, fate un elenco delle cose peggiori che possono capitarvi in conseguenza di esso.
5. Mentre attuate il cambiamento, complimentatevi con voi stessi del coraggio che dimostrate.
7. Se ciò che fate non vi conduce alla meta desiderata, provate qualcosa di diverso.
8. Se volete sperimentare qualcosa di nuovo, non limitatevi a pensarci su, ma compite delle azioni concrete.
9. Valutate i risultati e, qualunque essi siano, congratulatevi comunque con voi stessi per averci provato.
10. Se fallite, ricominciate di nuovo dal punto 1.

Occorre ricordare che un vero e profondo cambiamento richiede tempo ed è composto da tanti piccoli passi.

E' possibile prefissarsi di crescere ed espandersi in più direzioni diverse. Ad esempio:

1. Parlare in prima persona.
2. Fidarsi maggiormente di ciò che si sente.
3. Chiedere aiuto qualche volta.
4. Fare qualcosa che non si è fatto da molto tempo.
5. Esplorare, conoscere nuove persone.
6. Vestirsi in modo attraente.
7. Essere più realisti.
8. Fare qualcosa molto bene, impiegandovi tutto il tempo necessario.
9. Assumersi la responsabilità di una situazione.
10. Sperare, provare e senza scoraggiarsi ripetere.
11. Non credere che tutto ci sia dovuto.
12. Distanziarsi qualche volta, dai genitori.
13. Essere più assertivi e meno rassegnati.
14. Guardare chi ci circonda invece di fuggire senza sosta.
15. Permettere a se stessi di desiderare, amare e farlo sapere.

Auguro a voi tutti lettori di questo blog una felice estate ricca di cambiamenti positivi e di momenti buoni per nutrire ed attivare il nostro Stato dell'Io Bambino Naturale-Libero che a volte nella quotidianità viene messo a KO dalle attività quotidiane dello stato dell'io Adulto.
Buona Estate!

venerdì 17 aprile 2009

E quando la coppia litiga, che fare?




Ecco un compito che i coniugi Serge e Anne Ginger, due terapisti francesi della Gestalt, offrono alla coppia per superare i momenti d’ incomprensione ed evitare di ferirsi inutilmente.

● Quando litigate, concedete 10 minuti cronometrati di parole al vostro partner, senza interromperlo in ascolto attento e senza “diritto di risposta” (così, non si distacca dall’ascolto, per preparare la risposta o la difesa).
Eventualmente, ci si può accontentare di riformulare ciò che si è capito, con le proprie parole, per assicurarsi di aver ben compreso, ripetendo le parole forti o cariche che si ricordano. “Tu mi hai detto che…tu hai insistito su…Tu hai utilizzato la parola”.
Bisogna sopratutto evitare di reclamare i propri 10 minuti per “ristabilire la verità”.
Non si tratta di ricercare la verità, ma di percepire il sentire dell’altro, qualsiasi esso sia, di riconoscergli il diritto di espressione.
Ovviamente, un in un’altra occasione sarà l’altro componente della coppia ad esprimersi, evitando così la scalata infinita e senza uscita di argomentazioni e controargomentazioni.

Questo esercizio è biograficamente narrato, nel libro di Milton H. Erickson, “La mia voce ti accompagnerà”, quando racconta del matrimonio dei suoi genitori sposati per quasi settantacinque anni.
Così narra: “ Quando eravamo sposati da poco, mia moglie chiese a mia madre: “Quando tu e papà siete in disaccordo, che succede?”
“Io dico liberamente la mia, poi me ne sto zitta”, rispose mamma.
Allora lei uscì in giardino, e chiese a mio padre: “Che facevi, quando tu e mamma eravate in disaccordo?”. “Dicevo quello che dovevo dire, e poi me ne stavo zitto”, rispose mio padre.
“Beh e poi che succedeva?” chiese Betty.
“L’uno o l’altro di noi faceva a modo suo. Funzionava sempre” disse mio padre.


Nella coppia come nelle relazioni umane in senso lato, occorre saper attivare un ascolto profondo-attivo ed empatico nella comunicazione.
Nell’affrontare argomenti delicati, attivare un dialogo rispettoso.
Lo psicosociologo Jacques Salomè raccomanda qualche regola di “igiene relazionale”.
Sono da evitare i comportamenti verbali che formano una sorta di muro tra i due partner.
Vediamo quali.

● Le ingiunzioni: che dicono al partner cosa fare, invadendo la sua libertà. (“Devi perdere questa abitudine”, “Dovresti dimagrire”).

● Le dequalificazioni: che danneggiano la stima di sé (“Non sei abbastanza femminile”, “Non capisci mai niente”).

● Il ricatto affettivo: che rende l’altro responsabile delle nostre sofferenze. (“Dato che mi hai rifiutato questo favore esco da solo”).

● Le accuse che cominciano con il “tu”: poiché uccidono il dialogo e creano l’innalzamento delle difese nell’altro. Invece di dire “Tu non mi consideri mai”, è meglio dire “Non mi sento considerata da te”.

Ecco alcune regole pratiche per un bisticcio innocuo e produttivo.

1) Determinare l’oggetto della controversia
2) Limitare l’oggetto della controversia
3) Non interrompere colui che accusa
4) E’ vietato ritorcere un’accusa diversa contro l’altro.
5) Concordare il luogo e il tempo dove “affrontarsi”
6) Evitare di fare ricorso al museo coniugale
7) Non superare la soglia di vulnerabilità dell’ altro
8) Considerare il litigio come il risultato di condotte reciproche e non come “è tutta colpa dell’altro”.


Mi piace gustare con voi questo pensiero di una terapeuta della coppia:


"Il mio lavoro consiste nel passare ore ad ascoltare storie. Sono venticinque anni che lo faccio e non sono ancora stanca. E’ di certo il mio modo per contemplare il mistero della vita. Il dolore, le rabbie, lo sconforto, le paure e le rinascite a cui mi espongo finiscono per svegliare in me una commozione che mi fa sentire vicina al cuore delle cose. E lì, incontro una pace. Non è sempre stato così. Per anni paladina, ho cercato di mettere io la pace nei cuori altrui. Poi col tempo, ho addomesticato il mio orgoglio, ho imparato a tollerare la fragilità e a fidarmi dello smarrimento. Nell’ascolto a donarmi. Ho imparato sulla pelle che dove c’è ordine c’è dolore. Così le vite ragionevoli hanno smesso di interessarmi e il caos di farmi paura".

Anna Fabbrini

sabato 21 febbraio 2009

L'alfabeto dei sentimenti, ovvero l'agilità relazionale.




Due anni fa, ho tenuto un laboratorio con una collega, sulle emozioni e la loro espressione, ovvero il tema di come stare nella relazione con l'altro, in modo "comodo", "agile".
Nel percorso formativo di ognuno di noi, a scuola, ci hanno insegnato tante materie, ci hanno passato parecchi contenuti teorici, sappiamo tante nozioni, ma non ci hanno insegnato "l'Arte delle Relazioni Umane", ovvero come stare con l'altro, in modo nutriente per entrambi al di la delle svalutazioni, di sè, dell'altro o dell'ambiente. Questo clima ecologico può permettere all'individuo di essere in un ambiente ok per lui, dove sviluppare un sano senso di sè.

Vediamo insieme, qualche affermazione informativa sui sentimenti.

1. Tutti provano sentimenti.
2. Alcune persone non sono in contatto con i propri sentimenti.
3. Ogni sentimento ha la sua controparte somatica.
4. Il sentimento non dissipa energia. La repressione automatica del sentimento dissipa energia.
5. La negazione di un sentimento non lo elimina.
6. L'identificazione e l'accettazione di un sentimento distruttivo, ad esempio la paura, tendono a diluirlo.
7. L'identificazione e l'accettazione di un sentimento lo pongono sotto il controllo cognitivo.
8. Tutti i sentimenti sono misti, non sono mai puri.
9. E' più facile cambiare il sentimento attraverso la modifica del comportamento che modificare il comportamento cambiando il sentimento.
10. Le istituzioni tendono a temere e quindi a sopprimere i sentimenti.
11. Nelle relazioni umane, la comunicazione del sentimento è più importante della comunicazione razionale.
12. E' OK sentire tutto quello che si sente, "E' perfino OK, non sentirsi OK" (Questo è il primo passo per guarire da reazioni depressive o compulsive).
13. E' OK pensare, mentre provate un sentimento.
14. E OK fare mentre pensate e sentite.
15. E' OK godere mentre fate, pensate e sentite.
16. E' Ok rilassarsi mentre godete, fate pensate e sentite.

H.D. Johns propone una "Scala dei sentimenti".
Si tratta di un percorso che permette alla persona di riappropriarsi dei propri sentimenti, per conservare su di essi un controllo cognitivo.

Vediamo la scala.

1. Venire in contatto con i propri sentimenti.
2. Individuare il sentimento. E' Ok lasciarsi "uno spazio ed un tempo per sentire", per ascoltare le risonanze interne di quanto avviene all'esterno.
3. Far affiorare il sentimento.
4. E' OK assumersi la responsabilità di decidere, come comportarsi in presenza di questa chiara sensazione. Potrò decidere di verbalizzare, esprimere, diluire o reprimere il sentimento. In quest'ultimo caso si tratta di una repressione deliberata che non va confusa con la repressione automatica.

Essere in contatto con la propria vita emotiva, attraverso l'intelligenza emotiva, è una risorsa che ci da la possibilità di muoverci nell'ambiente in modo funzionale e agile.
Per Essere ed Esserci in accordo fluido tra il proprio Sè e l'ambiente.

venerdì 23 gennaio 2009

Il capo e la Guida, ovvero la leadership autoritaria e la leadership autorevole.



Il Capo conduce i suoi uomini,
la Guida li ispira.

Il Capo conta sull'autorità,
la Guida conta sullo zelo.

Il Capo suscita paura,
la Guida irradia amore.

Il Capo dice "Io",
la Guida dice "Noi".

Il Capo indica chi ha sbagliato,
la Guida indica cosa è sbagliato.

Il Capo sa cosa bisogna fare,
la Guida sa come bisogna farlo.

Il Capo esige rispetto,
la Guida incute rispetto.

P.s. Chi è in un ruolo istituzionale di superirorità, se non ha affrontato il proprio non Ok, tenderà per compensazione illusoria a recuperare il senso di Okness, giocando a Io +, Tu -, ma in realtà crea solo disagio all'esterno,non volendo affrontare il proprio Non Ok, non volendosene prendere cura,pensando di essere un Principe, ma in realtà Ranocchio resta.

domenica 28 dicembre 2008

Qualche volta è necessario un vero Salvatore! La Parabola dell'Aquila e delle galline.

Vi propongo la lettura della "Parabola dell'aquila" di James Aggrey. E' una potente metafora che porta alla luce come una persona può identificarsi in un copione perdente e può sempre, in qualsiasi età e condizione si trovi, decidere di vivere secondo le proprie potenzialità di vincente.
Epicuro rende bene questo pensiero con la seguente affermazione nella "Lettera a Meneceo": "Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità".

Buona lettura e Buon 2009 a tutti i lettori!






Un giorno un contadino, attraversando la foresta, trovò un aquilotto, lo portò a casa e lo mise nel pollaio, dove l'Aquilotto imparò presto a beccare il mangime delle galline e a comportarsi come loro. Un giorno passò di là un naturalista e chiese al proprietario perché costringesse l'Aquila, regina di tutti gli uccelli, a vivere in un pollaio. "Poiché le do da mangiare, le ho insegnato ad essere una gallina, l'Aquila non ha mai imparato a volare, si comporta come una gallina e dunque non è più un'aquila", rispose il proprietario e il naturalista: "Essa si comporta esattamente come una gallina, quindi non è più un'Aquila, tuttavia possiede il cuore d'un Aquila e può sicuramente imparare a volare". Dopo aver discusso della questione i due uomini si accordarono per verificare se ciò era vero. Il naturalista prese con delicatezza l’Aquila fra le braccia e le disse: "Tu appartieni al cielo e non alla terra, spiega le tue ali e vola". L’Aquila tuttavia era disorientata, non sapeva chi era e quando vide che le galline beccavano il grano saltò giù per essere uno di loro. Il giorno seguente il naturalista portò l'Aquila sul tetto della casa e la sollecitò di nuovo: "Tu sei un'Aquila, apri le tue ali e vola". Ma l'Aquila ebbe paura del suo sé sconosciuto e del mondo e saltò giù nuovamente tra il mangime. Il terzo giorno il naturalista si alzò presto, prese l'Aquila dal pollaio e la portò su un alto monte. Lassù tenne la regina degli uccelli in alto nell'aria e la incoraggiò di nuovo: "Tu sei un'Aquila, tu appartieni tanto all'aria quanto alla terra. Stendi ora le tue ali e vola". L’Aquila si guardò attorno, guardò di nuovo il pollaio e poi il cielo e continuava a non volare. Allora il naturalista la tenne direttamente contro il sole e allora accadde che essa incominciò a tremare e lentamente distese le sue ali. Finalmente si lanciò con un grido trionfante verso il cielo.
Può darsi che l’Aquila ricordi ancora le galline con nostalgia, può persino accadere che visiti di quando in quando il pollaio. Tuttavia per quanto si sappia non è mai ritornata e non ha più ripreso a vivere come una gallina. Era un'Aquila sebbene trattata ed addomesticata come una gallina!

lunedì 24 novembre 2008

Attaccamento ed Autostima



Il potenziale di un’aquila si realizzerà nel solcare i cieli, nello scendere in picchiata sugli animali più piccoli, nel costruire nidi.
Il potenziale di un elefante si realizzerà nelle sue dimensioni, nella potenza e nella goffaggine.
Nessuna aquila vorrà essere un elefante, e nessun elefante vorrà essere un’aquila. Semplicemente sono. Sono ciò che sono.
L’individuo che realizza se stesso smette di essere ciò che non è. Non si sforza d’essere più di quello che è, con i relativi sentimenti d’insicurezza e difesa. Non cerca d’essere meno di ciò che è, con i relativi sentimenti di colpa e svalorizzazione. Semplicemente si lascia essere ciò che è
”.
(F. Perls)

L’attaccamento è un comportamento innato nella specie umana. Il bambino nasce con un set di comportamenti per stimolare nell’adulto la risposta di accudimento – protezione.


NASCIAMO GIA ’ COME ESSERI RELAZIONALI


LA FIGURA DI ATTACCAMENTO E’ UNA BASE SICURA PER ESPLORARE IL MONDO


Si manifesta intensissimo nell’infanzia e nell’adolescenza, perdura per tutta la vita facendoci conoscere le emozioni intense dell’innamoramento, la gioia e la tenerezza per il mantenimento del legame e il dolore per la sua eventuale perdita.
Maggiore è stato l’attaccamento sicuro sviluppatosi tra il caregiver e il bambino, poiché buona è stata la “base sicura” a questo offerta, tanto più sarà probabile che il bambino da adulto svilupperà una buona autostima e un comportamento assertivo.
Per sviluppare un buon comportamento d’attaccamento ciascuno di noi, da bambino, da adolescente e da adulto deve sviluppare la convinzione di essere amato e d’essere amabile. Deve cioè avere la consapevolezza di suscitare reazioni positive del tutto gratuite, non intenzionalmente determinate né dipendenti da particolari caratteristiche, quali la bellezza o la simpatia, ma originate semplicemente dal fatto di esistere.
Ma se l’individuo si sentirà amato per una sorta di strategia educativa fondata su un più o meno palese ricatto affettivo (“ti voglio bene solo se ti comporti bene, solo se la pensi come dico io, solo se provi le emozioni che provo io”) allora svilupperà il terrore dell’abbandono e conseguentemente comportamenti di dipendenza affettiva. Continuerà a chiedere anche in età adulta prove d’amore e d’apprezzamento da parte degli altri. E’ spesso un’illusione dalla quale ci si risveglia con le ossa rotte dicendo “Non è la persona giusta”. E così si va alla ricerca di un’altra altrettanto ideale, del vero amore, collezionando una serie d’abbandoni e frustrazioni, specchio dell’attaccamento infantile non riuscito.

L’intensità della gelosia e della possessività è inversamente proporzionale all’autostima, per cui quanto più una persona è insicura (pattern insicuro- ambivalente) e si sente inadeguata al confronto con gli altri, tanto più grande è la paura di essere esclusa dal rapporto preferenziale con la persona amata.

Ogni bambino ha il legittimo bisogno di essere guardato, capito, preso sul serio e rispettato dalla propria madre. Deve poter disporre della madre nelle prime settimane e nei primi mesi di vita, usarla, rispecchiarsi in lei. Un’immagine di Winnicott illustra benissimo la situazione: la madre guarda il bambino che tiene in braccio, il piccolo guarda la madre in volto e vi si ritrova…a patto che la madre guardi davvero quell’essere indifeso nella sua unicità, e non osservi invece le proprie attese e paure, i progetti che imbastisce per il figlio, che proietta su di lui. In questo caso nel volto della madre il bambino non troverà se stesso, ma le esigenze della madre. Rimarrà allora senza specchio e per tutta la vita continuerà invano a cercarlo”.



Alice Miller

venerdì 31 ottobre 2008

Al di la del copione perdente! Verso l'autonomia, la consapevolezza e l'intimità.




Il Copione secondo l'Analisi Transazionale, è il piano di vita inconsapevole che il bambino ha deciso di recitare nel palcoscenico reale poichè in quel momento della sua vita era a lui funzionale.
Ma ciò che è ok a otto anni o a cinque, non lo è più nella fase adulta.
Il bambino prende decisioni sul mondo a volte limitiate rispetto alla realtà, poichè non è ancora equipaggiato per leggerlo come un adulto.
Ed il copione non ok, perdente, è una strettoia che limita la crescita e lo sviluppo di una vita felice.
Così si esprime Maria Teresa Romanini, nella prefazione in "Nati per Vincere":
"Ogni decisione per buona che sia, portata avanti senza essere ridimensionata con l'evoluzione del soggetto, diviene limitazione e gabbia ripetitiva al suo bisogno intrinseco di crescita".
La guarigione dal copione non è un evento che si verifica una volta per tutte. Piuttosto occorre progressivamente allenarsi ad esercitare nuove scelte. Occorre fare allenamento quotidiano come lo sportivo si allena in palestra. A volte si può ricadere nell'identidficazione copionale, per verificare se c'è qualcosa di buono nel vecchio comportamento. Probabilmente ci si rende conto che il comportamento copionale "puzza" di vecchio! Ci si rende conto che si hanno più opzioni di fronte alla realtà e allora il copione non ok, non esercita più alcun richiamo. E' come un abito vecchio che si è usato e che ormai va nella cantina tra i vestiti vecchi!
Questo processo può essere ben descitto da questa poesia:

Autobiografia in cinque brevi capitoli di Portia Nelson.

Primo capitolo

Cammino per la strada.
C'è una profonda buca nel marciapiede.
Ci cado.
Sono persa. Sono impotente.
Non è colpa mia.
Ci vorrà un'eternità per trovare come uscirne.



Secondo capitolo

Cammino per la stessa strada.
C'è una profonda buca nel marciapiede.
Fingo di non vederla.
Ci ricado.
Non riesco a credere di essere nello stesso posto.
Non è colpa mia.
Ci vuole ancora molto tempo per uscirne.



Terzo capitolo

Cammino per la strada.
C'è una profonda buca nel marciapiede.
Vedo che c'è.
Ci cado ancora... è un'abitudine.
I miei occhi sono aperti. So dove sono. E' colpa mia.
Ne esco immediatamente.



Quarto capitolo

Cammino per la strada.
C'è una profonda buca nel marciapiede.
La aggiro.


Quinto capitolo

Cammino per un'altra strada.